TESTI CRITICI

L’infanzia matura di Michelangelo Barbieri di Cinzia Compalati

Tutti i grandi sono stati bambini una volta.
(Ma pochi di essi se ne ricordano).
A. De Saint - Exupéry, Il Piccolo Principe, 1943

Barbieri invece, come nella più aulica tradizione artistica, è andato a bottega dal padre, con il quale condivide il nome di battesimo del Buonarroti e la professione, per crearsi un linguaggio proprio legato ai materiali nobili della scultura e della pittura.
Michelangelo si cala nella contemporaneità scegliendo un via comune anche ad altri giovani emergenti della sua generazione: il recupero delle arti plastiche e pittoriche si fonde con tematiche profondamente attuali quali l’affannosa ricerca dell’uomo di oggi di un’identità e di un mondo interiore.
Volendo così enucleare una o più radici di provenienza del lessico figurale e formale di Barbieri, credo che esso derivi da strati più profondi di quelli finora individuati in letture pur centrate e obiettivamente convincenti.
Dal punto di vista storico non tralascerei il surrealismo inteso quale automatismo psichico attraverso il quale l’inconscio, ovvero quella parte di noi che affiora durante i sogni, ritorna anche da svegli permettendoci di associare parole libere, idee, immagini senza freni inibitori e scopi razionalmente preordinati.
La cifra condivisa da tutte le espressioni surrealiste è l’opposizione radicale alla razionalità e la liberazione delle potenzialità immaginative dell’inconscio, per il raggiungimento di uno status conoscitivo “al di là” della realtà, la “sur-realtà” in cui razionalità e inconscio sono al contempo presenti e si conciliano in maniera armonica e profonda.
Il Surrealismo è indubbiamente la più ‘onirica’ delle manifestazioni artistiche, proprio perché apre le porte a ciò che ‘sta’ oltre il visibile. Inoltre esso trova il paradosso, non tanto nell’immagine in sé e per sé, ma nel loro accostamento che non ha, apparentemente, alcun nesso logico.
Processo cognitivo analogo a quello della prima infanzia che mi permette di ricollegarmi al secondo punto nodale della ricerca artistica di Barbieri: il fecondo serbatoio della visionarietà infantile che ha alimentato molta di quell’arte che, a partire da Klee, ha rivendicato un campo di ampia sperimentazione neolinguistica.
E, scandagliando epoche più recenti, trovo forti analogie con le tematiche e la purezza costruttiva di un grande Maestro italiano come Fausto Melotti che, in una sorta di ‘anti-scultura’, costruisce con vuoti calcolatissimi di spazi, da un lato alla ricerca di una forma simbolica, dall’altro verso un’ideazione ritmica e strutturale.
Barbieri utilizza, a mio avviso, nel suo processo creativo, quella che Daniel Goleman ha teorizzato essere “Intelligenza emotiva” (1996). Infatti, secondo lo studioso americano, l’intelligenza è direttamente collegata alle emozioni: sono esse stesse ‘intelligenti’, capaci di registrare informazioni di grande importanza, di cui è indispensabile tener conto e utilizzare anche nei meccanismi del pensiero razionale. Proprio come nella teoria di Goleman, Barbieri colloca le emozioni su un livello primario, legate a filo doppio con la parola e le immagini.

Una mostra dai toni intimistici dove in primis viene ribaltata di segno la consuetudine: una lunga onda di venti metri fatta di barche e non d’acqua, la creazione di un cosmo intorno al quale siamo invitati a riflettere e in cui l’uomo è proporzionalmente maggiore, vere ancore che trattengono al suolo piccolissime e leggerissime barchette che fluttuano in aria.
E ancora l’inconsueta passione di un bolognese per il mare letto come metafora di vita: un viaggio, quello per mare e quello della vita, sempre in bilico tra un anelito di libertà e le tempeste che possono turbare e cambiare, anche improvvisamente, la rotta stabilita.
Un’esposizione realizzata in un luogo simbolo dell’antica Repubblica marinara di Genova, la Commenda di Prè che ha rappresentato, per molti secoli del Medioevo, il punto di approdo e il primo ricovero dei pellegrini giunti in città. Dal mare alla vita, fino alla storia, il viaggio nel tempo.

“Dobbiamo andare e non fermarci mai finchè non arriviamo.
Per andare dove amico?
Non lo so, ma dobbiamo andare”.
J. Kerouac, On the road, 1957

Nuvola Piovosa di Cristiana Donadel

Quest’opera nasce con una connotazione nominale e d’immagine altamente evocativa ed importante, la nuvola sembra rappresentare molto più di ciò che si vede sembra un nome da pellerossa, da indiano d’America, dove scattano immediate le associazioni mentali profonde e lontane e soprattutto mai scontate.

La nuvola in questo caso è infatti portatrice di pioggia, ma ne è contenitore inteso in senso di vita, come una madre porta in grembo un figlio, come la terra porta in grembo i semi della vita, così la nuvola racchiude in se acqua, elemento primario indispensabile e fondamentale della vita stessa.
Porta in se la pioggia, non distratta, pioggia in senso di acqua, acqua in senso di vita.
Ad allungare lo sguardo però ci si può riconoscere altro, la Nuvola Piovosa diventa fontana, metafora di rigenerazione, di rinascita, di anticonformismo semplicemente a volerla vedere con gli occhi di bimbo. Diventa fontana ove l’acqua / sorgente di vita ricrea il cerchio della natura trasformandosi in pioggia, la pioggia si raccoglie per poi evaporare e rifarsi nuvola. La Nuvola Piovosa fa di se stessa una fontana, fontana ove l’acqua non si vede ma si sa che c’è. Dove l’ovvio si nasconde ai nostri occhi, si maschera e si trasforma per farci indovinare il percorso per farci usare la fantasia e l’immaginazione.

A volerla paragonare a qualcosa ci torna in mente il prezioso piccolo gioiello quale è il libro del Piccolo Principe (ma siamo sicuri sia solo un libro?).
L’autore ci introduce nel suo mondo con un esempio illuminante che riguarda se stesso (Antoine de Saint – Exupéry) dov’egli decide di diventare pilota d’aerei dopo aver scoperto con tristezza che gli adulti non capiscono e non sanno leggere i suoi disegni. Il suo primo disegno mostra un boa che ha inghiottito un elefante, visto da “fuori” gli adulti vi riconoscono solo un cappello …. Gli occhi innocenti e puri dei bimbi invece ne vedono l’interno a dimostrazione che il loro sguardo sa ancora allungarsi oltre l’ovvio e le facili apparenze.

Ecco così quest’opera questa Nuvola Piovosa è un invito a mantenere sempre accesa la curiosità che avevamo e ancora abbiamo, a voler guardare oltre, a cercare la poesia apprezzando la diversità, lo sapevamo fare una volta….magari ci riusciamo ancora, in fondo è solo una questione di esercizio ….

Scenografie di un mondo interiore di Giulia Talini

Incontrare le sculture di Michelangelo Barbieri è un po’ come cadere dalle nuvole, come entrare nelle nuvole e navigarci dentro, come accade ad Alice quando, inseguendo il Bianconiglio cade nel pozzo e si ritrova poi a vivere le sue avventure nel magico paese delle Meraviglie.

Le sculture del giovane Barbieri hanno in sé il magico potere di portarti in una realtà lontana, allusiva e sognante, evocativa di valori primari, umani nonostante la totale assenza di un’ umanità raffigurata.

Michelangelo Barbieri, diplomato all’Istituto Statale d’Arte di Bologna, città natale verso la quale nutre un forte attaccamento, prosegue la sua formazione all’Accademia di Belle Arti per coltivare l’innata matrice scenografica. Fin dai primi anni di studio, a vent’anni, segue con passione il corso di scenografia teatrale del professor Enrico Manelli che si rivelerà guida fondamentale per il suo percorso artistico.

È proprio durante gli anni di studio trascorsi ad elaborare progetti e a tradurli in scenografie per spettacoli teatrali, che si fa avanti in Michelangelo Barbieri l’idea di applicare lo stesso modus operandi alla scultura. Agli inizi del 2000 prendono vita le prime Nuvole realizzate con rame e ferro a cui seguiranno i Ponti e di lì a poco le Case.

La predisposizione al lavoro manuale e l’amore per i materiali più disparati è forte e qualsiasi mezzo si possa prestare a raggiungere lo scopo finale è utilizzato e plasmato secondo l’idea. L’uso dei colori è parco, il minimo indispensabile per caratterizzare il soggetto poiché prevalgono i toni naturali e le spontanee virazioni dei materiali, la stessa ossidazione del rame come la ruggine del ferro.

Benché l’uso di materiali come ottone e rame, l’aspetto simbolico benpresente nelle opere di Michelangelo Barbieri, abbiano portato la critica ad individuare una certa vicinanza, quasi una derivazione, dai lavori di Fausto Melotti, appare invece possibile individuare un parallelo con le opere grafiche e scultororee di Jean Michel Folon, artista belga verso il quale, Barbieri stesso afferma di sentirsi vicino.

La scultura di Barbieri si divide in serie di opere a seconda del soggetto, Case, Fari, Ponti, Barche, anche se nessuno dei nuclei tematici può dirsi compiuto definitivamente, poiché, la poetica dell’artista torna ad esprimersi in ognuno di essi in maniera ciclica o attraverso nuovi soggetti.

L’assenza della raffigurazione umana a fianco delle strutture scenografiche, sempre in bilico tra realtà e sogno, fa si che esse stesse siano personaggi di un teatro pirandelliano, capaci di evocare attraverso la propria maschera, i valori su cui si fonda l’esistenza di ogni individuo: ecco quindi la Casa che, con la sua muta presenza, ci comunica l’ancestrale bisogno di un punto di riferimento, di un porto sicuro dove trovare riparo, così come il Faro che dall’alto del suo lungo collo indica la strada da seguire, forse proprio attraverso quella Barca sulla quale è facile immaginarsi Caronte che traghetta anime da una sponda all’altra dell’esistenza.

Le sculture di Barbieri non sono mai “strutture esatte” che rispecchiano la realtà: questo appare evidente soprattutto nei Ponti, dove spesso la costruzione poggia su basi inesistenti, su strutture inesatte, così come l’essere umano fonda l’intera esistenza su false credenze, errori di base, ai quali è impossibile sottrarsi, poiché è proprio attraverso l’imperfezione e l’errore che ognuno di noi compie il percorso di vita.

Michelangelo Barbieri continua ad occuparsi di scenografia, lavorare per il cinema, prosegue il personale percorso artistico alla ricerca forse di uno, nessuno, centomila nuovi personaggi per il proprio teatro.

Navi Leggere di Giulia Talini

Il lavoro di Michelangelo Barbieri nasce dall’incontro fantastico con il mondo della Scenografia, dalla necessità del costruire strutture architettoniche, oggetti reali che rappresentano una realtà contingente. Da questa fusione tra necessità della pratica e astrazione del pensiero, prendono vita delle sculture magiche che, lungi dall’essere semplici rappresentazioni della realtà, aspirano ad una lettura evocativa di valori primari.

Dopo la realizzazione di differenti serie, come quella dei “Ponti”, dei “Fari” e delle “Case”, l’artista approda alla progettazione delle “Navi Leggere”, che costituiscono un nutrito “ensemble” di lavori caratterizzati dall’impiego di diversi materiali, principalmente due: il legno e l’ottone, che permettono di individuare in questo corpus di sculture, due tipologie.

Nel primo gruppo rientrano le Navi in ottone, esili strutture in bilico tra figurazione ed astrazione, dove soltanto la sagoma di uno scafo fantasma permette una chiara decodificazione dell’immagine. Sono piuttosto architetture aperte, quasi possibili contenitori di pensiero allo stato puro, dove la “nave” come entità reale appare solo un pretesto che vuole alludere ad altro.

Al suo interno o sospesa a mezz’aria, può trovarsi infatti una sfera di colore, così come sottili fogli di rame a volerla riempire o sovrastare. Non importa come e dove, ma ciò che importa è la loro presenza o anche totale assenza, a significare semmai un vuoto. A volte una nuvola piove acqua che, cadendo attraversa la nave, come a suggerire che l’apparenza delle cose non sempre è quella che crediamo.

Nelle Navi in legno tutto sembrerebbe più chiaro ed evidente se non fosse per quelle fenditure nella materia, vere e proprie finestre sul mondo, quasi cassetti di una memoria collettiva contenenti “accadimenti”, pronti a tradire la qualità oggettuale di nave. Ciò è evidente di fronte al cuore quasi pulsante che sosta all’interno dello scafo di una di esse, divenuta oggetto vivente e vibrante di vita propria.

Le sculture di Barbieri rivelano una straordinaria padronanza della materia e una sapienza quasi ingegnieristica del fare artistico, capace di plasmare la visione in qualcosa d’altro rispetto a se stessa: si tratta solo di lasciarsi trasportare dove non sembra possibile andare.

Navi leggere di Gian Luigi Corinto

Nelle navi leggere di Michelangelo Barbieri pulsa spesso un cuore meccanico, mosso dalla molla di un orologio. Le sue navi sono leggere ma hanno la forza di navigare in tutto il mare del mondo. Si chiede Lorenz Schroter col titolo di un libro tecnico e poetico: Quanta schiuma c'è nel mare? Ci importa davvero di saperlo e di misurarla tutta la schiuma del mare? Per andar sull'acqua e andare dove ci pare, basterebbe portarsi dietro qualche amico fidato, con molte valigie stipate nella stiva:

Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel, ch'ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio;

sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse 'l disio.
(Dante Alighieri Rime)

Da sempre si parte e si ha nostalgia di posti ignoti o casalinghi. Dove ci attende l'amante o la sposa. Giasone e gli Argonauti vanno per mare dalla Grecia alla Colchide per la conquista del vello d'oro (Le Argonautiche Apollonio Rodio). Non era il primo a fare quella perché molti greci andavano verso il Mar Nero, a cercare fiumi ricchi d'oro col vello di montone per filtrare le pagliuzze dall'acqua.
L'acqua contiene molte cose, è infida, instabile, essenziale alla vita, alla navigazione, alla conoscenza. Ancora Dante, nel Canto XXVI dell'Inferno, nel cerchio dei fraudolenti nella Bolgia ottava, quella dei consiglieri fraudolenti, incontra un grande marinaio. In questo canto vi è una delle terzine più famose di tutto l'Inferno e forse di tutta la Commedia. Sono parole (una orazion picciola) che Dante fa dire a Ulisse quando questi voleva convincere i suoi compagni ad avventurarsi verso l'oceano:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

Nave e viaggio sono simbolo della virtù dell'uomo (la sua humanitas), quel profondo ed insaziabile desiderio di conoscenza, superiore al desiderio di ritornare in patria. Per questo le navi leggere di Barbieri sono issate su piedistalli esili che oscillano, che danno il senso dell'andare e dell'andare sulle onde, in preda al nembo, all'acqua che sale dal mare e diventa nuvola. Le sue navi sono spesso alte, brevi e strette, di legno scolpito ma dipinte come il ferro, hanno sempre il fumaiolo, uno, due o tre, il punto più alto di una nave, sembrano bastimenti carichi di merce e ricordi. Sono a volte di fil di ferro, sono la lisca di un pesce, che sfugge alla cattura, che anche spolpato continua a nuotare, a girare i fondali fermi e le superfici increspate. Gli scafi sono trasparenti ma continuano a fumare, a produrre una nebbia che può diventare nuvola che si tramuta in pioggia. Michelangelo vuole trasportare tutte le cose del mondo, da qui all'altra parte del mare, con navi che arrivano dalla sua fantasia, come il Rex che arrivava all'improvviso e poteva anche attraccare direttamente davanti alla porta del Grand Hotel di Rimini (Amarcord, Federico Fellini) sfidando perfino la pioggia.
In Un Americano a Parigi Don Lockwood (Gene Kelly) canta:

I'm singing in the rain
Just singing in the rain
What a glorious feelin'
I'm happy again
I'm laughing at clouds...

E' proprio possibile essere allegri sotto la pioggia che cade, se si è innamorati. E le navi leggere di Barbieri, se le guardate bene, ridono perché sono innamorate.
"E' pacifico che qualora l'atmosfera terrestre fosse ridotta e qualche tenue lago di gas raccoltosi al fondo delle depressioni fra le montagne, come pare sia il caso per il nostro satellite la luna, è pacifico, diciamo, che non potrebbero in alcun modo aver luogo quelle molteplici sospensioni di vapori note sotto i nomi di nuvole, nebbie, caligini o foschie. Saremmo inoltre privati di buona parte dei colori dell'aurora e del tramonto, nonché degli arcobaleni, delle aurore boreali, delle stelle filanti e di svariati altri fenomeni meteorologici e astronomici." (Fosco Maraini Il nuvolario. Principii di nubignosia).
Per vedere tutte le nuvole del mondo basta prendere una nave e partire. Non c'è mezzo migliore se non le navi leggere di Michelangelo, che sono antiche e moderne, mai a vela, sempre a motore per fare il fumo, precursore e garanzia della presenza di nuvole.

Libertà, democrazia, arte e navi di Claudia Menichini

Cosa porta gli uomini a sfidare il mare su navi che vanno verso l’ignoto, e cosa li spinge a sfidare la dittatura, rischiando tutto per un ideale? E’ lo stesso anelito verso la libertà, è la ricerca dell’essenza stessa dell’uomo, è il desiderio di conoscenza e dignità che ha accompagnato la vicenda umana fin dall’inizio dei secoli. In questa mostra/installazione, creata appositamente per la ricorrenza del 25 aprile a Marignana da Michelangelo Barbieri, il tema dominante è quello dell’oppressione e della libertà, simboleggiato da ancore e navi, da fili spinati e pioggia, in opere silenziosamente magiche che ci fanno riflettere e ripensare ai grandi valori dell’esistenza umana.

Michelangelo Barbieri è un giovane scultore affascinato dai materiali non canonicamente artistici: ottone, ferro, legni di recupero, foglie d’oro, ossidi, oggetti d’uso estrapolati dal loro contesto. Con questi materiali crea opere leggere ed emozionanti, e proprio dall’emozione del suo incontro con Marignana e la sua storia è nato un percorso simbolico, che in quattro installazioni ripercorre le tappe della rinascita verso la libertà.

Lungo questo percorso ideale, si incontra dapprima una grande ancora a cui sono incatenate delle piccole barche: qui l’ancora non è approdo, arrivo da un viaggio sognato o reale, ma costrizione, blocco, cappa plumbea della guerra e dell’oppressione che tutto spegne.

Proseguendo ci troviamo di fronte a una foresta di navi, settantacinque piccole barche che si innalzano su lunghi fili di ferro uniti alla terra: non possono muoversi, sono costrette a stare insieme, sembrano dolersi dell’impossibilità di andare, navigare, vivere. Sono massa compatta, soggiogata e senza più sogni, che guarda tutta nella stessa direzione.

L’oppressione è ancora più evidente nella terza installazione, rappresentata da un groviglio di filo spinato che evoca drammaticamente la prigionia, i campi di concentramento, l’asservimento al giogo delle dittature. Sul filo spinato, però, scende da una grande nuvola una pioggia leggera, lungamente attesa: scende, bagna, purifica, suggestiva metafora della liberazione.

Si arriva così all’ultima installazione, l’esplosione della libertà. Adesso le barche sono sparse, finalmente libere. Ogni barca ha la prua verso una direzione diversa, ciascuna ha la libertà di andare, vedere e capire, potrà anche sbagliare rotta, ma lo farà con la propria anima e la propria testa. Libertà è questo, si potrà anche non partire, ma l’importante è sapere di poterlo fare, senza paura, in qualsiasi momento.

Le stanze del piano superiore sono animate da altre barche solitarie, e da pannelli di ferro dove colori e ossidi creano paesaggi leggeri. Qua ci avviciniamo più intimamente al mondo interiore di Barbieri e alle sue emozioni. La sensibilità di Barbieri è quella magica dell’infanzia, lo sguardo sperduto e innamorato di fronte al mondo proprio di quel periodo della vita. La capacità di emozionarsi davanti alle più piccole cose, la purezza dello sguardo che trasforma anche un filo d’erba in un mondo fantastico. Anche i materiali usati sembrano alludere al quel senso di leggerezza e di serenità proprio del sentire di quell’età.

Barbieri, dopo aver lavorato su fari, ponti e nuvole, ha concentrato la sua ricerca sulle navi assurte a simbolo del suo mondo e delle sue emozioni.

Alcune hanno tagli negli scafi, come stive, come ventri materni che accolgono cuori, nuvole o meccanismi del tempo, ed evocano altro oltre l’apparenza, nelle loro aperture ci potremmo rifugiare o addormentare, lasciandoci trasportare verso l’infinito, verso quel qualcosa che annusiamo senza sapere cos’è, che avvertiamo all’inizio della vita.

In altre è solo un sottile filo d’ottone a evocarne la forma, così apparentemente fragili possono essere quasi mosse dal respiro di chi le osserva, altre ancora hanno la forma delle barchette di carta che ci costruivamo da bambini con il foglio a quadretti del quaderno.

Guardando le opere di Barbieri, incantati dal suo stesso incanto, dalle sue emozioni tradotte in opere mai urlate o disturbanti ma emozionate e vibranti, saremo anche noi presi dal gioco poetico della sua arte che con leggerezza ci comunica pensieri profondi.

LiberAzione di Claudia Larini, Assessore alla Cultura

Michelangelo Barbieri, giovanissimo artista, classe 1978, diplomato all’istituto d’arte di Bologna, dove vi prosegue la formazione presso l’Accademia delle Belle Arti.

La sua formazione di chiara impronta cinematografica e scenica, rende le sue opere un mix di formidabile plasticità tra elementi diversi ma capaci di sposarsi perfettamente alla materia.

Da questa fusione prendono vita opere e sculture surreali, lontane e vicine dalla realtà quotidiana, capaci di incantare lo spettatore.

I materiali che Michelangelo Barbieri riesce ad accumunare nelle sue opere sono molteplici e distanti tra loro, rame, ferro, legno, perfettamente ed elegantemente uniti, in un intreccio riuscito alla perfezione, come se ogni materiale non possa vivere senza la presenza dell’altro e contemporaneamente fosse mosso da vita propria.

In qualità di assessore alla cultura, posso senza ombra di dubbio affermare che l’amministrazione tutta ha il piacere e l’onore di presenziare all’esposizione di questo giovane talento e delle sue opere.

In occasione del 25 Aprile, data fondamentale della Liberazione e della storia della Repubblica Italiana, Camaiore e i suoi abitanti danno il benvenuto a Michelangelo Barbieri, con l’invito sicuramente rinnovato di una proficua e duratura collaborazione.

Auguro a tutti i cittadini di poter apprezzare quanto me queste opere, affinché arte e cultura, con il loro splendido connubio, non si stanchino mai di allietarci.